SOSTENTAMENTO DEL CLERO

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L'8xmille contribuisce in maniera significativa a garantire una remunerazione dignitosa ai sacerdoti secondo il principio (anche evangelico) della perequazione, che assicura uguaglianza di trattamento.
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I sacerdoti svolgono compiti pastorali, ma sono sempre più spesso anche il primo riferimento per chi ha bisogno di aiuto e assistenza

I sacerdoti che nel 2020 hanno prestato il proprio servizio nelle Diocesi italiane sono stati oltre 30mila, ai quali si aggiungono circa 400 sacerdoti diocesani "Fidei Donum", cioé che operano come missionari nei Paesi poveri del mondo, e poco più di 2.700 sacerdoti anziani o malati che si trovano in regime di previdenza integrativa. Quotidianamente, i sacerdoti svolgono i propri compiti pastorali (in primis, la diffusione dell’annuncio del Vangelo e la celebrazione dei sacramenti), ma sono anche in maniera sempre più significativa e fondamentale al fianco di chi ha bisogno – indipendentemente dal “credo” – portando carità, conforto e speranza. Educano i ragazzi, offrono assistenza spirituale e concreta alle famiglie in difficoltà, agli ammalati, agli anziani soli, ai poveri e agli emarginati.
Al loro sostentamento – che va da una remunerazione minima di poco meno di 900 euro netti al mese, per un sacerdote appena ordinato, fino a circa 1.400 euro netti per un Vescovo ai limiti della pensione – provvede l’Istituto Centrale per il Sostentamento del Clero (ICSC) attraverso le risorse messe a disposizione dagli Istituti Diocesani per il Sostentamento del Clero (per il 6,4%) e in parte (91,4% pari a 404 milioni di euro) attraverso i fondi dell’8xmille.
A queste risorse si aggiunge una quota minoritaria ma significativa (circa 8,7 milioni, pari al 2%) di erogazioni liberali deducibili.
La destinazione determinante dell’8xmille al sostentamento dei sacerdoti e la gestione complessiva del sovvenire da parte dell’ICSC consente di attuare il principio guida della perequazione, cioè il meccanismo che garantisce uguaglianza di trattamento: ogni sacerdote riceve la stessa remunerazione a parità di servizio, senza distinzioni che avvantaggino – per esempio – chi opera in parrocchie “ricche” e popolose rispetto a chi opera in piccole parrocchie in aree a bassa densità di popolazione, o in contesti sociali di frontiera.

FONDI ASSEGNATI: trend 2000-2020

Contributi CEI fondi 8xmille
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404.000.000 €
Apporti Istituti diocesani
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28.411.120 €
Erogazioni liberali
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8.718.385 €
Altre liberalità e lasciti
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959.245 €
TOTALE PROVENTI PER IL SOSTENTAMENTO DEL CLERO NEL 2020
442.088.750 €
Sacerdoti
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30.321
Sacerdoti abili a prestare servizio a tempo pieno in favore delle diocesi
2.725
Sacerdoti non abili a prestare servizio a tempo pieno in favore delle diocesi

I PROGETTI REALIZZATI

Don Marco, in corsia per portare un abbraccio ai malati di Covid

Ci sono posti in cui fare il prete è una missione speciale, dura, intensa. Uno di questi è l’ospedale. E in tempi di pandemia, un ospedale non è più solo uno spazio di sofferenza, ma anche di sgomento, di paura.
Ne sa qualcosa don Marco, amministratore di quattro parrocchie ai piedi dei Colli Euganei e cappellano dell’ospedale di Monselice-Schiavonia, primo Covid Hospital del Veneto e d’Italia, dove il 21 febbraio 2020 morì la vittima numero uno del Coronavirus. Per un mese, quell’ospedale è stata la chiesa di don Marco.
Il luogo in cui ha servito Dio, giorno e notte. «È stata un’esperienza dura, impegnativa. A volte subentra anche un senso di impotenza, come quando un paziente ti chiede un po’ d’aria e non sai come aiutarlo», racconta.
In queste parole si rivivono i tanti momenti passati ad alleviare la solitudine dei malati e del personale ospedaliero in una situazione di estremo isolamento. Non possono esserci i parenti, gli amici. Solo lui può, con la sua voce e lo sguardo, far sentire quelle persone abbracciate.
Camminare con don Marco per l’ospedale è un continuo fermarsi per un tocco di gomito, uno scambio di parole: a volte i saluti finiscono con una risata e a volte con un silenzio. Ma c’è la gioia di ritrovarsi. Poi la vestizione, nella sala comune da cui si aprono e iniziano i corridoi protetti. Può durare anche 15 minuti, perché richiede molto accuratezza: bisogna coprirsi dalla testa ai piedi con almeno un doppio strato. Un’assistente premurosa lo saluta, gli apre la porta del reparto e lo saluta. Lui fa il segno della croce sulla soglia del lungo corridoio e inizia a incontrare i malati nelle loro camere. Quando uscirà di lì, qualche ora dopo, sarà sudato e stanco. Eppure, profondamente felice.


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Don Andrea e don Alessandro, sacerdoti ad alta quota

I piccoli gesti compiuti durante la pandemia hanno dato speranza a chi ha sofferto di più

La montagna è silenzio, raccoglimento, ma è anche l’espressione più potente della natura. Essere sacerdoti ad alta quota è una missione nella missione. Come raccontano don Andrea e don Alessandro, che vivono insieme nella casa canonica di Châtillon. Le loro chiese sono in quattro paesi non lontani ma difficili da raggiungere, viste la strade strette e l’altitudine. «Cerchiamo di arrivare alle persone che sono un po’ lontane, semplicemente con quello che siamo».
È questa semplicità d’animo, unita alla grande generosità nel darsi, che fa di due giovani parroci dei coraggiosi uomini di fede. Perché di questi tempi, oltre ai capricci della montagna, bisogna affrontare qualcosa di molto più complesso: la pandemia. «Durante tutto questo periodo terribile abbiamo celebrato tutti i giorni l’Eucarestia», raccontano. «È forte la responsabilità della Messa a nome dei tanti fedeli non presenti in quel momento. Durante la prima ondata del virus avevamo lasciato un lume acceso davanti all’altare della Madre di Dio e quotidianamente pubblicavamo sui social foto di questo lume, a ricordare che la preghiera c’è, è costante: questi piccoli gesti hanno dato speranza a chi ha sofferto di più».

Don Alessandro, il viceparroco, è stato ordinato quando l’emergenza sanitaria era già conclamata. Prima di diventare sacerdote era cuoco nel ristorante di famiglia. Una passione che continua a coltivare cucinando per tutti in canonica e facendo la spesa al mercato, dove incontra i suoi parrocchiani e si ferma con loro per un saluto.
Don Andrea è un prete molto deciso, ma sa riconoscere quando sbaglia. Dà fiducia ai giovani e agli adulti che collaborano nella vita parrocchiale, e questo aiuta i fedeli a crescere nell’autonomia e nell’assunzione di responsabilità. «Credo che il futuro delle nostre chiese sia nelle relazioni», dice. Questo significa accogliere le diversità.
Per don Alessandro e don Andrea il tempo trascorso nella comunità deve essere sempre di qualità, senza partecipazioni frettolose. L’appuntamento domenicale della santa messa diventa, così, un incontro sereno e calmo, in cui ci si saluta e si condivide la vita. E se ogni tanto si sente il pianto di un bambino durante la funzione, c’è solo da sorridere: è un grido di futuro.


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